"… La domanda urgentissima, piuttosto, è: perché sei qui e cosa devi fare? 

A quella domanda quasi sempre rispondo “per scrivere”, con enorme presunzione. 

Testimoniare la bellezza, ecco, mi sembra una risposta. 

E poi amare alcune persone, potendo moltissime, tutto e tutti, ma è difficile”. 

Cristina Campo



Testimoniare la bellezza è per me una grazia. L'accolgo, mossa da un sentimento contemporaneo, con l' osservazione pura, analizzando la natura oltre l’apparenza. Così la  pittura si libera del suo carattere mimetico e ogni soggetto diventa un pretesto per parlare dell'essenza della realtà e della vita, e anche della Pittura.

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La mia infanzia si svolge fra Bari e Lecce, padre militare con qualche esperienza di pittura, madre casalinga, due sorelle più piccole.

Prima che la scuola intervenga a spezzare l'incantesimo, il gioco la governa pienamente, il suo carattere mimetico mi induce a osservare e copiare la vita degli adulti, e presto nasce l’urgenza di sublimare in un'espressione.

Il trasferimento a Roma dà l'avvio alla mia formazione artistica già prima del liceo, grazie alle visite dei musei e della città insieme a mio padre, il quale mi regala il primo cavalletto. 


Negli anni delle proteste studentesche, la mia frequentazione del liceo artistico di via Ripetta non ha altro significato

che il poter studiare finalmente le materie che amo, e sotto la guida di maestri eccellenti: Valerio Fraschetti per “Figura disegnata” , Marina Poggi, pittrice della Scuola Romana, per  “Ornato disegnato”, Fumanti per “Disegno geometrico e Prospettiva" e Figurelli per "Storia dell'arte”.

L'insegnamento verte soprattutto sul disegno, dal vero su soggetto fornito da calchi in gesso di sculture classiche e dalla modella, supportato dallo studio di “Anatomia artistica”.

I primi assaggi di pittura consistono in prove di armonie con colori a tempera su una composizione di tipo figurativo.


Dopo la maturità e l'anno integrativo per l'eventuale iscrizione a una facoltà universitaria, mi si aprivano due strade diverse: Lettere e Storia dell'Arte oppure l'Accademia di Belle Arti.

Decido di prendermi un anno sabbatico. Trasferita a Livorno con la mia famiglia, inizio a dipingere in autonomia. In un volontario auto-isolamento animato dalla musica sperimento per la prima volta concentrazione e ispirazione, e questa esperienza mi rende determinata a continuare sulla strada della Pittura.

Prime storie emergono dal profondo con un significato oscuro anche a me, nascono composizioni di figure, dipinte a tempera su carta o tela, che mio padre mi aiuta a esporre nella prima mostra personale, il 5 aprile 1975, nei locali dello Sporting Club - Teatro Margherita a Bari, con un titolo che intende essere anche un programma personale: “La sincerità è l’unica regola”.


Ritornata a Roma, mi iscrivo all’Accademia di Belle Arti nel corso di pittura di Alberto Ziveri, esponente della 'Scuola Romana', che mi viene consigliato da un pittore e che ancora non conosco. Solo molto dopo scopro la definizione che ne aveva dato Roberto Longhi come "il maggiore pittore realista italiano vivente".

Nella classe  di Ziveri emerge con forza la sua esperienza personale di resistenza all’astrazione, tipica anche dei pittori figurativi del suo tempo: per lui il formalismo implicito nella pittura astratta rappresenta una deriva, e ha la grande responsabile della fine della pittura.


Il metodo di insegnamento ha ben poco di teorico, si fonda saldamente sull'esperienza concreta, i colori e le mescolanze vengono imparati direttamente sulla tavolozza. La pittura che trasmette Ziveri è in opposizione dichiarata al contemporaneo, sostiene con orgoglio una discendenza storica, il cui punto di riferimento maggiore è il romanticismo appassionato di Delacroix e il realismo antiborghese di Courbet, si fa scrupolo di mantenere un carattere anti accademico, privo di compiacimenti, estemporaneo, abbozzato. 

Il soggetto umano viene trattato come un qualsiasi oggetto.

C'è anche l'ntenzione, materialista e esistenzialista, e comunque virile, di restituire alla pittura la sua connotazione di mestiere, di un lavoro simile a quello di un operaio che si realizza non senza sudore.


Ed è nella concretezza della pratica che assorbo l'insegnamento di Ziveri, quelle rare, preziose, volte che prende in mano il pennello davanti al mio cavalletto e cerca il colore sulla tavolozza a quel suo modo istintivo e viscerale. 

In una intuizione folgorante mi appare la paradossale necessità di distruggere, per perennemente ricominciare da zero. 

Ziveri è stato mio maestro particolarmente per la sua dedizione esclusiva alla pittura, che ha caratterizzato anche il mio percorso.

La mia tesi finale ha come tema il gruppo dei Macchiaioli, fenomeno della pittura moderna considerato provinciale, per me una autentica scoperta che avrà ripercussioni sul mio modo personale di intendere la Pittura.


Prime opere


La prima opera veramente autonoma è una composizione di figure in notturno , un olio su tela 100x80 cm. 

L'occasione mi viene fornita da un capodanno passato sulla piazza di Nettuno con amici: un ragazzo suona la chitarra, amici e passanti si raccolgono intorno, un bicchiere di vino e l'allegria, ma l'oscurità lascia intendere che non è come sembra.

Con questo quadro inizio l'uso delle foto, tanto invisa - e giustamente - in Accademia, semplicemente perchè mi offre la possibilità di non ricorrere al modello in posa. Non si tratta solo di una questione logistica e economica, ma anche di un rifiuto della posa in sè, dal desiderio di rappresentare le persone nei loro gesti spontanei.

Relativamente a questo, in quegli anni ho anche tentato un diligente studio dal vero sul movimento, durante le prove di teatro danza di un amico, il danzatore e coreografo Enzo Cosimi.


Il rischio naturalmente è la dipendenza dalla foto, ancora peggiore di quella dall'oggetto vero, che in questo tentativo ancora acerbo è visibile soprattutto nei forti contrasti e nella scarsa coloritura.

Inizialmente mi servo di foto qualunque, per lo più tratte dalle riviste femminili, perchè il soggetto principale è sempre la donna. Assemblo le diverse figure per farne un racconto, secondo la linea guida di certi pensieri, di certe riflessioni.

E' il momento del femminismo, che mi vede coinvolta in prima persona, e delle grandi amicizie: delle condivisioni, dei libri, dei concerti, del teatro. Inizio a scrivere diari per annotare i miei pensieri.


Tecnicamente continuo a usare i colori ad olio a velatura, di solito sul legno. 

Il mio sentire contemporaneo mi orienta verso il non finito e la ricerca di una superficie informale, la verosimiglianza smette del tutto di interessarmi.

Tuttavia il ricordo dell’accademia - e di Ziveri - è ancora evidente nelle prime grandi opere. La misura e il colore definito dal classico chiaroscuro sono eredità ancora accademica, ma possono essere considerati anche in linea con la tendenza letteraria dell'epoca, che si esprimerà presto nei fenomeni della Transavanguardia e della Pittura Colta, Anacronistica.

La prima di queste opere è un omaggio a Courbet che si ispira alla “Sepoltura a Ornans”, “I Funerali” - olio su tavola 170 x 250 cm. : qui io ho sepolto  l’Accademia.

La prima esposizione di questi quadri avviene nel 1980 in  uno spazio alternativo, il Padiglione Borghese, tramite una doppia personale con l'amico pittore Carlo Carfagni, che si intitola “Il buio acceso”.

Si tratta di una performance, nel corso della quale i quadri emergono dal buio uno alla volta. Il brano di musica - classica - che accompagna ogni quadro intende rinforzarne il sentimento nello spettatore.

Il critico Paolo Balmas viene a vedere e scrive un breve testo per "Il segno", rivista d'arte che in quel momento dirige, e per qualche tempo prende a seguire l’evoluzione della mia pittura.


La scoperta della Luce. 


La scoperta della luce mi investe - vincendomi completamente- come nei primi pittori dell’ottocento, cioè quando inizio a dipingere fuori dallo studio, e in questo cambio di paradigma comincio a  intravedere una risposta concreta alla mia domanda sulla sostanza della pittura.

Vengo a conoscere la pratica en plein air grazie a certi amici pittori americani di passaggio a Roma, ma è solo vivendo qualche mese in campagna nei pressi di Firenze, nella seconda metà degli anni ‘80, che entro pienamente nella pratica.

Qui prendo a dipingere metodicamente, in massima concentrazione, ogni giorno, a tutte le ore e condizioni metereologiche.

La mia attenzione incomincia consapevolmente a deviare dal soggetto alla luce,  finchè mi appare evidente che se esiste una peculiarità del linguaggio pittorico questa è da ricercare solo nella luce solare sulla natura. 

Ciò che emerge inaspettatamente e per breve tempo si coglie solo grazie a una osservazione pura e irrazione, con tratto veloce e spontaneo: dipingere en plein air, se lo si fa correttamente, costringe alla sincerità, e come già accennato questo è fra le mie priorità. 


A questo punto la conoscenza dei Macchiaioli si fa molto utile, come pure la visione diretta dei quadri di Morandi a Bologna, che mi inizia alla comprensione del tono, argomento su cui inizio a fondare la mia ricerca.

Vedere il colore perennemente rinnovato dalle mutazioni della luce mi consente di superare definitivamente l’idea del colore/tono locale e mi allontana ulteriormente dalla descrizione dell’oggetto. La figurazione è pretesto di accesso all’astrazione.

La scoperta di una forma definita dal colore piuttosto che dal disegno è più autenticamente pittorica e infatti la pittura si va arricchendo anche di materia.

Il risultato di questa presa di coscienza è una serie di paesaggi "alla prima" su un formato più piccolo, mentre per le figure inizio a provare nuove tecniche, come pastelli e tempere, smettendo l’uso delle foto e tornando a inventare come prima dell'accademia. 


La vita intima


Verso la fine degli anni '80 sposo il pittore statunitense, Anthony Lombardi.

Come donna, la pittura è sempre profondamente intrecciata alla mia vita intima, che ne costituisce la linfa, in particolare la maternità coincide per me con un rinnovamento dell’ispirazione, anche per questa ragione decido di non lavorare fuori casa per dedicarmi alla cura di casa e figli.

Dopo la nascita del primo figlio, nel 1990 ci trasferiamo per un anno a Chicago, dove inizio a dipingere quello che vedo dalla 'bay windows' dello studio. Mettendo a frutto l’esperienza en plein air dipingo vedute urbane su pannelli di formato medio piccolo, a olio e ricche di materia, che espongo in gallerie nella città e in altre città vicine.


Al ritorno a Roma, dopo la morte di mio padre e la nascita del secondo figlio, affronto per la prima volta l’astrazione in una impellente ricerca dell'invisibile.

Questi piccoli lavori costituiscono un'importante, meditativa, riflessione sul colore in sé, risultato dagli studi sul colore di Goethe e della Bauhaus, e della lettura dei testi teosofici di Rudolf Steiner e Helena Blavatsky.

La pittura viene quasi in automatismo, le forme astratte nascono spontaneamente, si concretizzano in disegni a matite colorate sul fondo nero o in alternativa con una tecnica mista di inchiostro e colla su piccolissimi cartoni.

I colori sono quelli puri dello spettro solare, molto diversi da quelli dei quadri figurativi. 

Con il titolo di “Pensieri microscopici”  li presento in una mostra nella casa di Pino Casagrande.


Contemporaneamente inizio a dipingere “Vedute di Roma”, in ricordo della Scuola Romana, senza effetti pittoreschi.

Quello che  inseguo è l’armonia astratta e tonale che la luce produce sul puzzle di costruzioni delle diverse epoche. 

In questo caso non dipingo dal vero anche perchè in città la pratica en plein air è logisticamente difficile, tuttavia continuo a dipingere secondo il vero. Uso le foto in un modo che risente del mio esercizio en plein air, che intanto continua parallelo, con l'intenzione, non di copiare, ma di descrivere l’emozione che la luce suscita in me. L'uso della foto mi costringe a forzare ulteriormente l’occhio.

Le tante foto di Roma, che scatto  come in un “reportage” personale, documentano la città nel tempo, nell'anno, nella stagione e anche nell'ora.

Con il tema delle vedute di Roma approdo alla galleria Andrè di Silvie Andrè e Benito Recchilongo, con i quali inizio una collaborazione durata 10 anni circa.


L'arrivo del terzo figlio coincide con lo spostamento nella casa attuale, dalle cui grandi finestre prendo a dipingere vedute come a Chicago.

La conclusione dei rapporti con la galleria Andrè, successiva alla morte della gallerista, è decisiva per l'estensione del soggetto dei miei quadri alla natura morta e soprattutto alla figura, soggetti che, filtrati dall'esercizio en plein air, escono adesso definitivamente dall'accademia: ancora una volta è la luce a offrirmi la via di uscita.


I “Disordini”, piccoli olii estemporanei dipinti di mattina dopo che la casa si svuota,  hanno come oggetto i poveri resti della nostra colazione sul tavolo della cucina sotto la luce diretta del sole.

L'apparizione velocissima, da assimilare con la coda dell’occhio, si traduce in una mancanza di definizione a me congeniale.

La natura morta dipinta in tempi brevi diventa presto anche soggetto per l'insegnamento. 


La passione per la persona e per la storia continua a tenermi  legata alla pittura figurativa. 

Dopo una pausa di decenni, torno ad affrontarlo con i bagnanti, tema noto alla pittura di tutti i tempi, con questo tema dei torno a comporre figure. 

Non si tratta solo di citazione storica ma di una precisa scelta pittorica: l’incarnato sprigiona tutta la sua peculiare luminosità nel contrasto con i toni freddi dell'acqua e del cielo. Come per gli altri soggetti anche in questo caso la strada converge sulla luce.

Nelle persone svestite sulla spiaggia d'estate, la rilassatezza, la mancanza di artificio rende i movimenti spontanei, molto diversi dalle pose della modella nello studio.

I miei numerosi scatti le colgono segretamente, la pittura poi le spoglia mostrandone l'anima, la verità, fatta di somiglianza e differenza, poiche il nudo è in sè segno di una condizione ideale e perduta di autenticità, e l'espressione più evidente di una originaria unità.

Le opere vengono esposte in Italia, a Berlino e a Chicago.



L.G.